Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

Santo del Giorno  

   

Fonte antoniosocci.com 13/01/2018

Autore Antonio Socci

 

Il centrodestra ha iniziato la campagna elettorale con una falsa partenza. Dovrebbe rivedere messaggio e strategia. Perché la narrazione oggi dominante sui media è allineata alla propaganda “governativa”: se non viene ribaltata e riportata ai dati veri, il messaggio del centrodestra risulterà incomprensibile.

Il centrodestra dovrebbe anzitutto far capire cosa è successo in questi anni, perché un Paese in cui i “poveri assoluti” passano da 1 milione e 911 mila del 2005 a 4 milioni e 742 mila del 2016 è un Paese in ginocchio come se avesse perso una guerra (grazie alle nostre élite).

TEORIE E FATTI

Faccio un esempio della narrazione dominante. L’altroieri sulla prima pagina del “Corriere della sera” è uscito un editoriale di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina dove si leggeva: “L’evidenza empirica dimostra che (…) tagli alla spesa pubblica hanno l’effetto desiderato, cioè riducono il rapporto debito/Pil”.

Se due noti economisti possono scrivere una cosa simile in un articolo di fondo del “Corriere” senza che nessuno (tranne qualche addetto ai lavori) strabuzzi gli occhi, significa che l’opinione pubblica è stata convinta che davvero così stanno le cose e quindi che si debba continuare con la politica del massacro sociale impostaci dalla Germania e dall’euro

In realtà “l’evidenza empirica” dimostra l’esatto contrario di quanto scrivono Alesina e Giavazzi. Prendiamo il più rigoroso dei governi, quello del “salvatore d’Italia” Mario Monti, con cui fu ribaltato il governo di centrodestra scelto dagli italiani.

Tutti ricordano che l’esecutivo Monti ha imposto al Paese lacrime e sangue come nessun altro. Ebbene, ha abbattuto così il debito pubblico? No. Quando s’insediò il rapporto debito/Pil era al 119 per cento, quando se n’è andato era salito al 126,5 per cento. Siccome poi i governi hanno proseguito quella politica “tedesca” oggi siamo al 132 per cento e – se non ci fossero stati gli acquisti di titoli di Stato del Qe da parte della Bce dal marzo 2015 – il nostro debito sarebbe oggi al 157 per cento del pil (dati del Centro studi Economia reale).

Il governo Monti ha dato il colpo di grazia al tasso di crescita passato da +0,4 per cento (quando s’insediò) a -2,4 per cento (quando lasciò): abbiamo avuto da allora dodici trimestri consecutivi di recessione.

Il governo Monti ha dato un colpo di maglio pure al lavoro portando la disoccupazione dall’8 per cento all’11,4 per cento (quella giovanile dal 29 al 38 per cento).

Eppure nella narrazione ufficiale del centrosinistra e dei giornali, Monti è colui che ha salvato l’Italia dal baratro in cui l’aveva portata il precedente governo di centrodestra. E la politica di Monti è quella giusta.

In pratica il centrosinistra (con il partito dei giornali) continua a presentare il veleno (rigore, euro, Ue, tagli, lacrime e sangue) come se fosse la medicina. Eppure i dati parlano chiaro.

Il professor Marco Fortis ha mostrato sul “Sole 24 ore” che “l’Italia è uno dei paesi più disciplinati nel rispettare le regole europee di finanza pubblica… sin dal 1992 l’Italia è sempre stata in avanzo statale primario con la sola eccezione del 2009: un record assoluto a livello mondiale”.

Ne è derivato però che il suo debito è esploso e la sua economia si trova agli ultimi posti della crescita. Il fanalino di coda. Più assume quella “medicina” più il suo male si aggrava.

Non sarebbe ora di ribaltare quella politica?

LO DICE PURE IL FMI

Tempo fa un “esercizio econometrico” di alcuni ricercatori del FMI ha affermato che proprio l’aumento della spesa pubblica per investimenti può portare a una ripresa dell’economia e a una conseguente riduzione del debito.

Sulla pagina economica di “Repubblica”, che sintetizzava quello studio, si ricordava che in effetti proprio per questo “sostegno all’economia, anche a costo di aumentare ancora il debito pubblico già stratosferico” gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi, mentre l’Europa del rigore “imposto dalla Germania, che significa tagli – spesso feroci – ai bilanci pubblici e riduzione dei salari”, è ancora dentro la crisi.

In base a quello studio “Repubblica” scriveva: “è vero che il prossimo governo non ha che una strada da seguire, quella imboccata da Mario Monti? Ebbene, lo studio (del FMI) afferma che non è vero. Non solo si potrebbe cambiare, ma si dovrebbe: la strada dei tagli di spesa porta solo nuova recessione, dunque aumento del rapporto debito/Pil”.

La simulazione fatta per l’Italia, sulla base di questo studio, dava risultati straordinari come abbattimento del debito. Ma un tale ribaltamento delle politiche si può fare solo togliendosi dal collo il cappio costituito dai capestri della Ue (che ci hanno tolto sovranità) e dall’euro.

Perfino Vincenzo Visco è arrivato a riconoscere che “la Germania continua a crescere a spese nostre, perché c’è un marco svalutato che è l’euro”.

LA TRAGEDIA DELL’EURO

Se da 17 anni a questa parte (cioè da quando è stato introdotto l’euro) la media annua della crescita economica italiana è sostanzialmente zero, la produzione industriale è precipitata di 20 punti percentuali e rispetto al 2007 siamo sotto di 5,4 punti percentuali di Pil, mentre gli investimenti sono crollati del 24,3 per cento, se i poveri assoluti in dodici anni sono più che raddoppiati, la pensione è diventata un miraggio e un’intera generazione di giovani sta perdendo il suo futuro significa solo una cosa: occorre riprendersi prima possibile la sovranità monetaria e politica.

Questa è la grande speranza per l’Italia: tornare sovrana e così ripetere quel miracolo economico che dopo la guerra ha portato un paese sconfitto e sottosviluppato a diventare in pochi anni la sesta potenza industriale del pianeta.

Fuori da questa prospettiva c’è il definitivo commissariamento (troika o no, comunque una perdita totale della sovranità ormai compromessa), la decadenza economica irreversibile (le potenze economiche straniere spolperanno anche quel che è rimasto), l’estinzione dovuta al crollo demografico e l’arrivo di masse di migranti che cambieranno pure l’identità culturale del Paese. Significa la fine dell’Italia dopo più di duemila anni di storia.

   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.