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Santo del Giorno  

   

Fonte riscossacristiana.it 13/04/2018

Autore Roberto Dal Bosco

Trump twitta l’arrivo dei missili che potrebbero innescare la III guerra mondiale. A chi si chiede come siamo arrivati a questo punto oscuro, peggiore dei peggiori momenti della guerra fredda, diamo un metodo di investigazione: follow the money. Se segui il flusso dei soldi (e, poco prima delle guerre, delle armi), puoi conoscere anche in anticipo la dinamica degli eventi.

In questa storia pare che molto – non certo tutto – il danaro converga su una figura precisa, il fundraiser (raccoglitore di fondi) repubblicano ebreo Elliot Broidy. Su di lui convergono linee geopolitiche vertiginose, così come sospetti corposetti assai. Il giornalista investigativo statunitense Wayne Madsen, che qui cito in abbondanza, ritiene vi sia stata una «penetrazione ad alto livello dell’Intelligence israeliana nella campagna presidenziale 2016 di Donald Trump».

L’uomo di contatto tra USA, Israele ed Emirati

In particolare, desta sospetto un trasferimento di $2,5 milioni di dollari dagli Emirati Arabi (alleati strettissimi dei Saud, e quindi oggi anche di Tel Aviv) ad una società canadese e dell’Elliot Broidy, personaggio peraltro già condannato per frode alle pensioni.

La transazione avrebbe coinvolto anche un altro personaggio: George Nader, un libanese-americano che fa da lobbista negli USA per Mohammed bin Zayed al Nahayan, cioè il principe e leader di fatto degli Emirati (oltre che intimo mentore di Mohammed Bin Salman, l’attuale «uomo forte» di Riyadh).

Nader, che è il trait-d’union tra gli emiratini e Broidy, ha accettato di divenire testimone per Robert Mueller, il consigliere speciale del Dipartimento di Giustizia che sta dando la caccia a Trump. Il personaggio, che qualcuno dice essere già riparato negli Emirati, fu condannato nel 2003 in Repubblica Ceca per abusi sessuali su minori. Nel 1985 le autorità americane accusarono Nader di importare materiale pornografico, tra cui riviste che dipingevano «ragazzi nudi» intenti a praticare «una varietà di atti sessuali».

Nader è stato leader della Republican Jewish Coalition, una lobby registrata con tendenze, ovviamente, filo-israeliane. Figura inoltre tra i sostenitori di think tank conservatori come l’Hudson Institute e Foundation for the Defense of Democracies, quest’ultimo fondato dal democratico Joe Lieberman, il primo candidato vicepresidente ebreo al fianco di Al Gore alle elezioni del 2000.

Lieberman è socio dello studio legale di uno degli avvocati di Trump, Marc Kasowitz, che starebbe per tornare alla ribalta dopo il licenziamento dell’avvocato personale John Dowd.

Il Qatar e i Kushner «666»

Il danaro emiratino potrebbe quindi aver giocato un ruolo importante nella crisi qatariota, con l’amministrazione USA ad affiancarsi a sauditi ed emirati nell’accerchiamento di Doha, rea di avere buoni rapporti non solo con Hamas e Hezbollah, ma soprattutto con il vero nemico di sauditi e israeliani: l’Iran sciita.

Il Qatar, su spinta del senatore repubblicano della california Ed Royce, è stato dichiarato «Stato sponsor del terrorismo».

Subito dopo la dichiarazione della Commissione affari esteri della Camera presieduta da Royce, la sua campagna di ri-elezione ha ottenuto via Broidy $5.400 dollari. Royce, forse avvertito della gravità del reato che gli si poteva contestare, da allora ha annunciato di non volersi ricandidare. Il Qatar, invece, va sotto embargo.

Il Qatar torna anche tra gli affari della famiglia del genero di Trump, i Kushner.

Jared (il famoso marito della prediletta Ivanka, fatta «convertire» al giudaismo ortodosso), il fratello Joshua (che opera nel Venture Capital e finisce sui giornali per la relazione con la modella-insetto stecco Karlie Kloss, fanatica cover-girl di Planned Parenthood) e il padre Charles (condannato nel 2005 con 18 capi di imputazione, tra cui contributi illegali a campagne elettorali) hanno incontrato a Nuova York nell’aprile 2017 il ministro delle finanze del Qatar Ali Sharif Al Emadi, con l’intento di fargli investire mezzo miliardo di dollari nell’affare che può mandare in bancarotta i conti dei Kushner: il 666 Fifth Avenue.

Sì: la famiglia palazzinara (quindi, rivale e collega di quella di Trump) ha comperato nel vialone più prestigioso di Manhattan il grattacielo al numero civico 666. Hanno espresso tuttavia l’intenzione di cambiarlo scegliendo un meno anticristico 660. Il palazzo anticamente disegnato dall’architetto Isamu Noguchi (e che un tempo ospitava gli uffici dell’Alitalia) è stato comperato dalla Kushner Properties nel 2007, che vogliono abbatterlo per farci sopra un colosso concepito dall’allucinato studio Zaha Hadid Architects, al costo di 12 miliardi di dollari. Come scrive lo scorso settembre il Washington Post, «il palazzo è vuoto per un quarto» e reca con sé un mutuo a interessi crescenti da 1,2 miliardi di dollari in groppa ai Kushner.

Inutile notare che la crisi del Qatar esplose guarda caso proprio un mese dopo il rifiuto da parte del fondo del Qatar di investire nel 666. Il New York Times riportò che gli sforzi per risolvere la crisi dell’ex segretario di Stato Rex Tillerson, licenziato e sostituito pochi giorni fa, furono sabotati dentro la Casa Bianca dal consigliere e genero presidenziale Jared Kushner.

Mogul ebrei dei casinò di Las Vegas

Secondo il report dell’inarrivabile Madsen,  Broidy, considerato vicino al primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, nel 2009 è finito nei guai per aver organizzato viaggi di lusso in Israele per il supervisore dei conti dello stato di New York, il democratico Alan Hevesi, poi condannato a 20 mesi per corruzione.

Sempre a New York, il Braidy ha consentito l’investimento di 250 milioni da parte del fondo pensioni dello Stato verso la società di investimento israeliana Markstone Capital Partners, co-fondata con il cittadino israeliano Ron Lubash, ex amministratore delegato del ramo israeliano della Lehman Brothers.

Broidy inoltre è stato vicepresidente della commissione finanze del comitato nazionale repubblicano, lavorando sotto il magnate dei casino Steven Wynn, alias Steven Weinberg, dimessosi dopo una serie di accuse di molestia sessuale.

Yitzhak Tshuva e Nochi Dankner, altri tychoon israeliani di Las Vegas coinvolti negli affari di Wynn, hanno comperato aree per progetti immobiliari da Philip Ruffin, socio di Trump.

Il mondo dei padroni ebrei di Las Vegas è stato talvolta messo in relazione anche all’Italia, con Sheldon Adelson, decano dei paperoni filo-israeliani del gioco d’azzardo, messo in relazione con Matteo Renzi.

Miliardi malesi e corrotti romeni

Per non farsi mancare niente, il Broidy si è altresì affacciato in uno degli scandali finanziari più succosi degli ultimi anni, operando per disincagliare il primo ministro della Malesia dal Dipartimento di Giustizia americano nel caso del fondo 1MDB, il fondo di stato della Malesia che sperperò in USA un miliardo di dollari tra i lussi dei famigli dei potenti malesi, che produssero peraltro – la vita che imita l’arte, e viceversa – la pellicola di Martin Scorsese Wolf of Wall Street.

Vi è stato poi il versante romeno: due discussi politici socialisti romeni, Liviu Dragnea (capo del partito e speaker della Camera Bassa del Parlamento, indagato per aver fatto munto 23 milioni dai contratti Europei) e Sorin Grindeanu (allora premier, propositore della depenalizzazione del ladrocinio di fondi statali sotto i 50.000 euro, proposta che scatenò oceaniche proteste di piazza) furono portati da Broidy a conoscere Trump nel 2017, in un banchetto precedente l’inaugurazione della presidenza. Dragnea ha sostenuto, come Trump, lo spostamento della ambasciata romena in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.

L’entratura nell’apparato dell’intelligence

Broidy nel 2015 acquista un intelligence-contractor basato in Virginia, Circinus LLC. La Circinus ha contratti con l’INSCOM, ossia l’Intelligence dell’Esercito e del Comando per la Sicurezza Nazionale americana. In pratica, si tratta di una entrata nell’infrastruttura spionistica degli USA non da poco, se consideriamo che INSCOM procura intelligence di segnale (SIGINT) dalle stazioni dell’Esercito ai database del NSA, l’agenzia spionistica americana dedicata alle intercettazione e alla guerra cibernetica.

La società washingtoniana di lobbying di Circinus, la Fidelis Governement Relations, diretta dall’ex capo di gabinetto del vicepresidente Pence, Bill Smith) può contare su un contratto da 200 milioni di dollari con il produttore di armi di stato romeno Romarm.

WMR sostiene che questa entratura fosse senza eguali, almeno fino a quando Jared Kushner non ha cominciato a richiedere i dossier riservati su ufficiali e uomini di affari sauditi. Il risultato sarebbe stata l’immane purga che Mohammed Bin Salman, il principe saudita de facto dittatore del Paese, ha somministrato a tutta l’élite saudita, sequestrata e imprigionata per settimane (tra i colpiti il saudita più ricco, Al Waleed, socio di Berlusconi e di Twitter e nemico acerrimo di Trump).

Oltre ad aver spogliato dei danari tutti i prigionieri, MBS (così chiamano i giornali il principe saud oramai) ha purgato tutti gli elementi anche remotamente filo-iraniani e anti-israeliani, nonché coloro che volevano far cessare l’avventata guerra di MBS contro lo Yemen ora nell’orbita di Teheran.

L’asse del male contro Cristo?

L’esistenza di un asse USA-Israele-Arabia Saudita-Emirati Arabi  è insomma una realtà con profonde e torbide radici, che possono toccare Trump sia nel portafoglio che nella famiglia. Tutti gli stati summenzionati sono interessati alla de-iranizzazione della Siria – cioè alla sua distruzione – più che al contenimento della Russia (anche se, pensando al petrolio, non sarebbe neanche male; dell’odio neo-con per la Russia diremo in un altro articolo).

I razionali sciiti, in Persia come in Yemen come a Damasco (Assad è alauita, un gruppo moderato interno allo sciismo) vanno semplicemente sterminati (come aveva cominciato a fare Abu Mus’ab Al Zarqawi, il «padre» apparente dello Stato Islamico) e sostituiti con l’irrazionalismo sanguinario dei wahhabiti (che già intasano l’Europa, avendo i sauditi radicalizzato programmaticamente con la loro falsa religione fanatica tutti gli imam del continente, dal Kosovo alla Francia).

L’idea di un continuum sciita che dal Golfo Persico arrivi sino al Mediterraneo e all’Oceano Indiano è visto dai satrapi arabi come un possibile assedio, mentre per gli israeliani si tratta propriamente di un incubo che sentono minacciare la stessa esistenza dello Stato ebraico.

La Siria è nel mezzo di questi calcoli geopolitici e teologici. Il primo round del progetto, la rivolta delle sigle islamiste di cui la più nota è ISIS, è fallito. Ora l’asse del male il lavoro vuole farselo da sé, incurante che la Russia si sia impegnata a garantire ancora una volta l’ordine di Westphalia, e il rispetto degli stati sovrani.

Ricordiamo che garantendo la sovranità della Siria, Mosca difende anche una parte cospicua della sua popolazione: i cristiani, che con un ritorno dell’ISIS o di qualsiasi altra sigla islamista foraggiata dall’occidente possono finire sgozzati, torturati, crocifissi.

Putin, di fatto, si sta posizionando come difensore mondiale della Cristianità. Se chi difende Cristo sta in Siria, cosa stanno difendendo gli Stati Uniti? La risposta al lettore.

   

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