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Santo del Giorno  

   

 Fonte cl anno IIII n. 4 aprile 1977

 Autore don Luigi Giussani

 Essere adulti nella fede

 

Alcuni spunti con cui giudicare la propria vita / "La libertà è seguire Cristo, risposta a ciò che io sono"

 Riportiamo alcuni brani di una conversazione tenuta a un gruppo di responsabili del  Movimento.

 

I vero problema di CL oggi è la verità della sua esperienza e, quindi, la sua coerenza con l'origine.

Tra noi esiste spesso un atteggiamento per cui l'urgenza principa­le è il come vanno le cose, come va la comunità, mentre l'urgenza deve diventare quella di ridare vi­ta ad una sensibilità per la verità dell'esperienza del Movimento. Bisogna che CL sia vita e non riman­ga solo schema.

Si può appartenere al Movi­mento, oggi, senza che questo im­plichi una fede reale, senza che la vita delle persone e delle comunità venga contestata, senza conversione.

Sintomo del prevalere dello schema sulla vita è lo smarrimen­to che coglie l'adulto quando viene posto di fronte ai problemi del vivere.

Come tono generale, l'adulto evita la fatica di una incarnazione della fede nella vita e non si fa mette­re in crisi, cioè non si fa interro­gare da essa; oppure nel rappor­to con la moglie, nella educazione dei figli, nel problema politico onel lavoro, opera a prescindere da ciò che conclama nella vita di comunità; al massimo si fa portatore di iniziative lanciate dalla co­munità.

 

II Movimento è annuncio di umanità nuova.

L'umanità nuova non è un discorso, è una vita che si gioca, è un accento, seppure iniziale, di verità che non può non colpire; la cultu­ra, la caritativa, la missione sono le dimensioni — dimensione è un aspetto specifico di quella aper­tura alla totalità che ogni azione umana ha in sé — di questa vita, costituiscono la nervatura di una personalità e di una presenza cri­stiana.

Noi non stimiamo e non comprendiamo che quello che possia­mo fare è realizzare una presenza comunionale.

La presenza è il più grande fatto culturale che possiamo creare, perché la comunione, l'unità è l'impossibile umano, è l'inizio diuna rivoluzione della convivenza senza paragone e l'impeto comunicativo più grande che si possa concepire.

Non abbiamo un'immagine adeguata di presenza comunionale perché essa ha come suo fatto ori­ginario, come suo fulcro e sua sorgente non la comunità, ma la per­sona; questo fenomeno è dato per scontato.

È necessario domandarsi se non sia in crisi la libertà di adesione: l'adesione al Movimento è libera solo formalmente, ma trop­pe volte non lo è sostanzialmente.

La libertà è l'esperienza di una corrispondenza  alla  propria  esigenza originale autentica, alla pro­pria povertà di uomo, alla fame e sete di giustizia, è una modalità di adesione interiore che implica, in quanto tale, la sequela e l'ubbi­dienza.

Se il bisogno profondo della nostra umanità non determina, co­me ragione, la nostra adesione, se lo scopo dell'adesione non è una ricerca di risposta a questa esi­genza della propria umanità, la sequela e l'ubbidienza diventano alienazione in un discorso ideolo­gico o in un fenomeno di massa o in una associazione.

Viceversa nella libertà di adesione la persona ha sempre in mano il bandolo della matassa e ricono­sce il cammino di risoluzione del­la propria  esigenza  umana pro­prio dentro la sequela.

Connessa alla parola libertà è la parola eticità o moralità. libertà è esperienza di risposta mio bisogno vero, al bisogno di conversione.

La conversione è il perseguire la risposta vera al bisogno della mia umanità, è il seguire Cristo perché Egli è la vera risposta a ciò che veramente io sono. La caren­za della libertà così intesa è il  motivo per cui noi viviamo in una reale immoralità come atteggia­mento di fondo.

Tra noi esiste o il moralismo — ci sono leggi ed io vi debbo aderire — o l'assenza di morale.

Non esiste la morale nella sua vera essenza che è aderire a ciò che non siamo ancora, all'ideale viven­te che ancora non siamo, come dice san Paolo nel terzo capitolo della lettera ai Filippesi.

La morale è imitazione di Cristo, cioè è adeguarsi ad un Avvenimento, non ad una legge, ed è dunque cammino di vita. Viviamo la morale, tutt'al più come un voler essere sicuri o a po­sto nelle cose che si fanno (fin dove posso e fin dove non posso): ma questo è fariseismo.

La tensione all'ideale infinito -«Siate perfetti come Io è il Padre che è nei cieli» — non può stipulare misura, non ha termine.

La morale è la vita tesa all'ideale, cioè all'Avvenimento supremo, che è il comunicarsi di Dio nella sto­ria, Cristo. Per questo la moralità è una storia: non siamo mai a posto, sia­mo sempre sproporzionati all'i­deale, a volte resistiamo total­mente e voltiamo le spalle, altre volte tentenniamo.

La gioia non esiste se non nel riverbero di questa storia di tensione all'Avvenimento, che è Cri­sto, come criterio di qualsiasi azione, del mangiare e del bere, del dormire e del vegliare e, a maggior ragione, del fare sindacato, politica, lavoro, dell'unirsi con la donna e dell'educare i figli. La gioia è frutto dell'umiltà piena di certezza nella Grazia, nella Pre­senza del Signore, una Presenza che si piega su di noi e ci porta a sé. La gioia è una radice che c'è, pur dentro la difficoltà o il condi­zionamento. Ma la gioia dei primi tempi di GS non è più nei nostri gruppi, nelle nostre famiglie, nei ragazzi del Liceo e in quelli del­l'Università.

 

Una genesi comunionale

 

II riverbero più clamoroso di questo problema essenziale per la vita del Movimento è proprio nei responsabili. Essi devono assu­mersi la responsabilità non delle cose da fare, ma della passione per la vita della comunità, una passione per una umanità diversa che vive nelle persone e si espri­me nei rapporti.

Una corretta impostazione dei re­sponsabili è indicata dalla ricerca di una genesi comunionale delle idee e delle azioni, che è il con­trario dell'autonomia del singolo.

Il test di un atteggiamento carico di tensione ad una genesi comu­nionale è dato dalla modalità con cui i responsabili recepiscono gli interventi e soprattutto cercano e imparano dall'esperienza degli altri. C'è una immensa ricchezza di ispirazione che noi evitiamo totalmente o dimentichiamo o ci­tiamo formalmente, invece di im­parare.

Dalla tensione alla genesi comu­nionale, che è decisione per una sequela reale, derivano:

- la capacità creativa, la quale,anche quando è dote di una ge­nialità personale, è sempre tut­ta protesa a confermarsi negli altri ed è sicura solo così;

- la correggibilità, cioè la dispo­nibilità alla contestazione di sé, del proprio limite, della propria premura, della propria superfi­cialità, della propria presunzio­ne, del proprio dispotismo.

L'impostazione esatta dei respon­sabili è indicata dalla creatività che possiedono e dalla correggi­bilità che vivono, dall'amore ad essere corretti che è, identicamen­te, l'amore all'ideale più che a sé.

Queste due caratteristiche sono assicurate da un atteggiamento che cerchi sempre una comunionalità nella genesi delle idee, del discorso e dei gesti.

La genesi comunionale non impli­ca che si faccia la votazione per vedere quale idea trovare, è il contrario della pretesa democraticistica: chi ha la responsabilità lancia l'idea — e questa è una ipotesi di lavoro offerta, ed è la prima creatività — ed è tutto pro­teso ad ascoltare la ripresa fatta dagli altri — e questa è la correg­gibilità.

 

a cura di Laura Cioni

 

   



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