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Santo del Giorno  

   

 

Fonte cl anno IIII n. 1 gennaio 1977

 

 

Autore a don Luigi Giussani

 

 

Conversazione tenuta agli uni­versitari il 7 dicembre 1976 a Riva del Garda

 

 

L'accento nuovo con cui siamo stati richiamati quest'anno tende a mettere in gioco ognuno di noi: fino a quando ciò non avviene si avverte un disagio inquieto e pieno di sottaciuta delusione o di scoraggiata pretesa che fa applicare tale richiamo secondo una versio­ne comoda, quasi si trattasse di sospendere la vita e le sue respon­sabilità.

Invece l'urgenza che ci è fatta è per assicurare soggetti vivi alle iniziative di sempre. Quando infatti la morsa di una società avversa si stringe attorno a noi fino a minacciare la vivacità di una nostra espressione e quan­do una egemonia culturale e so­ciale tende a penetrare il cuore, aizzando le già naturali incertezze, allora è venuto il tempo della persona.

«Me infelice, madre mia che mi mi hai partorito

oggetto di litigio e  di  contrasto per tutto il paese!

Forse, Signore, non ti ho servito del mio meglio,

non mi sono rivolto a te con preghiere per il mio nemico,

nel  tempo  della  sventura  e   nel tempo dell'angoscia?

Nella tua clemenza non lasciarmi perire,

sappi che io sopporto insulti per te.

Quando le tue parole mi vennero incontro,

le divorai con avidità;

la tua parola fu la gioia e la le­tizia del mio cuore,

perché io portavo il tuo nome, Signore, Dio degli eserciti.

Non mi sono seduto per divertirmi nelle brigate dei buontemponi,

ma spinto dalla tua mano sedevo solitario,

perché mi avevi riempito di sde­gno.

Perché il mio dolore è senza fine e la mia piaga incurabile non vuoi guarire?

Tu sei diventato per me un tor­rente infido, dalle acque incostanti».

(Ger. 15,10-11;  15-18)

 

In questa pagina di Geremia è descritto tutto il dramma della per­sona, il dramma di ognuno di noi: la ricchezza di una verità dell'u­mano che ci ha separato dalla su­perficialità della vita degli altri, la vocazione originaria che ci ha col­piti, l'accento che ha percosso il cuore; ma anche la tentazione del­la confusione che tenta di pene­trare in noi.

La nostra forza sta allora nella fedeltà: non ci è tolto il disagio del­la lotta. Ma per quanto seria sia la parola lotta, non è l'ultima pa­rola descrittiva della vita: la pa­rola più seria della vita è la fede: «Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede» (1 Gv. 5,4).

«Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la trove­rà. Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria ani­ma? >» (Mt. 16,25-26).

Ciò che urge affinché la persona sia, affinché il soggetto umano ab­bia vigore in questa situazione in cui tutto è strappato dal tronco per farne foglie secche è l'autocoscienza, una percezione chiara ed amorosa di sé, carica della con­sapevolezza del proprio destino e dunque capace di affezione a sé vera, liberata dall'ottusità istinti­va dell'amor proprio.

Se smarriamo questa identità nul­la ci giova.

Troviamo la legge dell'autoco­scienza, analogicamente, dentro l'esperienza psicologica dell'uo­mo: si riconosce e si ama la pro­pria identità riconoscendo ed amando un altro.

Nella storia psicologica di una persona, sorgente della capacità affettiva è una persona così rico­nosciuta da essere accolta e ospitata. Per il bambino questa pre­senza è quella della madre, tanto che, se manca questo, la sorgente affettiva rimane arida.

Ma ad un certo punto questo segno naturale non basta più, per­ché il soggetto si è evoluto verso la giovinezza che si arruffa e mo­stra le caratteristiche dell'assen­za di affezione: nella giovinezza confusa, smarrita, scomposta e pretenziosa è venuto il momento dell'Altro, vero, permanente, di cui si è costituiti, della presenza inesorabile e senza volto, ineffa­bile. La giovinezza è il tempo del Tu in cui il cuore affonda senza potere, come in un abisso, è il tempo di Dio.

Questa è la Presenza che deve essere riconosciuta, accolta ed ama­ta; altrimenti l'identità scompare, l'attesa della giovinezza diventa nell'età adulta pretesa incontrol­lata e violenta.

È nella giovinezza che sorge la drammaticità della vita; anche se spesso è resa pacata dall'ignavia e dalla superficialità, rimane come radice di un disagio che, an­che se soffocato, non può essere mai eliminato.

La drammaticità della vita consiste nella lotta tra la pretesa affer­mazione di sé come criterio della dinamica del vivere e il ricono­scimento di questa Presenza mi­steriosa e penetrante.

Il fenomeno che permette alla personalità di esprimersi è l'iniziativa; l'iniziativa che documen­ta l'inizio di una identità cristia­na vera è il desiderio della Me­moria di Cristo, il desiderio della consapevolezza di Lui, della Sua presenza.

Avere il coraggio di affermare che il problema fondamentale è ren­dere abituale il desiderio del Suo ricordo, la coscienza della Sua Presenza non può non giungere a noi come la pretesa di qualcosa di astratto, che si aggiunge o che si sovrappone a problemi avvertiti come più pressanti e concreti.

Noi infatti facciamo resistenza al « problema ».

Siamo tesi ad affermazioni di prin­cipio, che ci fanno partecipare, appartenere ad un partito. Non siamo invece tesi al mutamento di noi stessi.

Occorre che traduciamo il desiderio del suo ricordo in desiderio di trasformazione, occorre rendere il desiderio anima di una nostra conversione.

Il primo modo di questa trasformazione è l'offerta di sé. Il desiderio del ricordo di Cristo matura come storia in noi, cresce non automaticamente ma, come cresce ogni nostra capacità, seguendo qualcuno.

Come il progetto della nostra ma­turità non lo possiamo avere noi, così non possiamo scegliere noi il maestro, dobbiamo solo ricono­scerlo. Il maestro da seguire ce lo ha dato il Signore, ce lo ha col­locato il Signore dentro la strada su cui ci ha messo, sulla via che stiamo percorrendo.

Scegliere il maestro noi stessi vor­rebbe dire scegliere qualcuno che ci fa comodo, scegliere qualcuno che risponde al nostro gusto, al nostro desiderio di veder assecon­dato il nostro progetto.

Seguire vuoi dire immedesimarsi con i criteri del maestro, con i suoi valori, con ciò che ci comu­nica, non legarsi alla persona che in sé è effimera.

In questa sequela si nasconde e vive la sequela a Cristo. Non l'attaccamento alla persona, ma la sequela a Cristo è la ragione della sequela tra noi.

A questa magisterialità deve tendere l'amicizia tra noi, poiché ve­ro amico è colui che, nella discre­zione e nel rispetto, aiuta l'altro verso il suo destino.

 

a cura di Laura Cioni

   



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