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Santo del Giorno  

   

Fonte Litterae Communionis - Cl - ottobre 1985


Autore Rocco Buttiglione




L'ultimo libro di Luigi Giussani La coscienza religiosa nell'uomo moderno segna, a mio avviso, una radicalizzazione ed un approfondimento impensati della coscienza che il nostro Movimento ha di se stesso, un momento decisivo nella maturazione del suo carisma. Appartiene infatti alla maturità il fatto che l'originario stupore davanti all'essere ed al bene divengano capaci di un giudizio sull'ambiente e, più avanti, su quel più complessivo ambiente dell'uomo che chiamiamo storia. Proprio questo è ciò che il libro ci propone: una lettura della storia dell'uomo europeo come lotta per la verità dell'incontro fatto con la fede cristiana.

Qui mi pare che sia la prima ragione, metodologica, dell'importanza del libro. Noi siamo aggrediti da ogni parte da diverse interpretazioni della storia contemporanea, che usano come criterio per leggerla quello dello sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione (marxismo anche nelle sue forme depotenziate) oppure quello del progresso tecnico (positivismo) oppure quello del disincantamento del mondo (Weber) o altri ancora. Ognuno di questi criteri, è ovvio, coglie qualcosa della realtà e da quindi un contributo alla comprensione della storia. Ognuno di essi, d'altro canto, provoca in chi lo segue ideologicamente una particolare cecità, una incapacità di vedere tutta la complessa e multiforme realtà umana che non sta all'interno di quel criterio. Proponendo come criterio la lotta intorno all'accoglimento o al rifiuto della fede, Giussani offre un criterio nuovo, la cui fecondità va molto al di là di ciò che nelle brevi pagine del libro è possibile esplicitare. È piuttosto una chiave con cui ci si può e ci si deve confrontare con gli aspetti e le forme più diverse della coscienza moderna.

D'altro canto questa interpretazione ha la pretesa di non essere un'interpretazione come le altre. L'interpretazione della storia, in genere, si presenta sempre come il risultato di un'analisi sui documenti che ci vengono dal passato. Più perfezionata è l'analisi che meglio rende ragione della totalità dei documenti disponibili. L'interpretazione della storia ha sempre a che fare con la vita dell'uomo, perché, come già abbiamo detto, la storia è l'ambiente più generale della vicenda umana. Tuttavia l'uomo è raggiunto attraverso il documento, attraverso una via, per dir così indiretta.

Diverso è il metodo di Giussani. Non che manchi il riferimento continuo alle espressioni più diverse (soprattutto letterarie) della coscienza moderna. Esse sono però addotte per confermare un'intuizione, che ha la sua radice nell'incontro con l'uomo di oggi. La storia è incontrata a partire da un più radicale ed esistenziale incontro con l'uomo, così come esso oggi è. Si può dire che il primo testo, che Giussani ha davanti agli occhi, è l'uomo stesso. In esso è presente, come stratificata nella sua coscienza, l'intera storia che lo ha preceduto e della quale è esso stesso il risultato.

Questo metodo del leggere la storia passata alla luce dell'incontro presente con l'uomo, permette di porre il problema del rapporto fra fede e cultura e fra cristianesimo e mondo moderno in un modo inedito. Contrariamente a molte posizioni tradizionaliste, è un modo carico di simpatia. Il riferimento continuo ad autori che esprimono la coscienza dell'uomo del nostro tempo mostra come il dramma di questa coscienza sia sentito e vissuto come proprio. Al tempo stesso si è egualmente lontani da quella subordinazione acritica alla cultura contemporanea di cui gran parte del pensiero cattolico del nostro tempo è impregnato. Il moderno non è una soluzione ma un problema, che ancora attende risposta. La fede, vissuta come risposta al dramma di questo uomo contemporaneo, giudica allora tutte le forme ideologiche, che questo dramma hanno cercato di occultare dando alle sue reali contraddizioni un'astratta coerenza, o cercando di rifiutare e nascondere il problema. La critica alle ideologie della modernità nasce allora dalla simpatia per l'uomo del nostro tempo e dalla condivisione della sua situazione spirituale, illuminata però dall'avvenimento della presenza di Cristo.

Riflettendo su questo atteggiamento i nomi che subito vengono in mente sono quelli di De Lubac (si pensi al Dramma dell'umanesimo ateo ed anche a Cattolicismo) ed anche di Guardini (ad esempio La fine dell'epoca moderna). Ma l'autore che è presente nel modo più imponente è certamente Eliot. Tutto il libro può essere visto come una specie di commento al settimo dei Cori della Rocca, di cui viene ripresa per intero la problematica, proseguendo però oltre il confine che nella sua analisi pessimistica della realtà contemporanea il poeta si era tracciato.

Eliot descrive la storia religiosa dell'umanità. L'uomo ha sempre avvertito la presenza di una realtà che lo circonda e lo eccede da ogni parte, ed ha avvertito che la soluzione al problema della propria esistenza va cercata in questo mistero. Ogni attimo della vita in tanto merita di essere vissuto ed è effettivamente vissuto in quanto siamo tesi, proiettati verso un significato ed un valore che ci appare nelle cose e ci attrae, ma del quale non possiamo mai impadronirci impadronendoci delle cose. Le grandi religioni hanno chiamato per nome questo mistero, hanno parlato di Dio, ed hanno anche affermato che questo mistero ha in, qualche modo un carattere personale e vuole entrare con l'uomo in una relazione personale. Il cristianesimo, infine, ha reso presente ed incontrabile il mistero nella storia. Esso, in un certo senso, ha sottratto Dio all'arbitrio dell'uomo, che se ne costruisce un'immagine inevitabilmente secondo la propria misura, oppure per sfuggire a questo rischio lo rigetta in un al di là del mondo troppo lontano per potere effettivamente influire in modo decisivo sulla vita e sulla storia.

Dal cristianesimo in poi pare iniziato nella storia un cammino, attraverso il quale si realizza la trasfigurazione dell'umano. Certo, gli uomini rimangono quelli di sempre, carnali e violenti e bestemmiatori, carichi di tutto il loro essere negativo; tuttavia nonostante questo essere negativo una nuova energia agisce in essi e li fa più grandi e più nobili, li restituisce ad una misura perduta e dimenticata dell'umano, li rende eroici e santi pur senza togliere loro la loro miseria. La loro vita ed il loro destino hanno trovato il loro senso, la loro definitiva direzione di marcia.

In questo cammino ci si arresta, si cade anche nel fango, si può perfino tradire, e tuttavia non esiste alcun altro cammino e non si abbandona questa strada.

Rispetto a questa storia che inizia con la creazione del mondo e trova nel cristianesimo il punto di svolta, che conferisce il senso, l'avvento delle forme di coscienza proprie dell'uomo moderno costituisce un grande enigma. Sembra che sia accaduto qualcosa d'impossibile e d'impensabile. Non solo gli uomini hanno cessato di seguire quel cammino, ma hanno abbandonato il cristianesimo non per una forma superiore e più alta di religione, ma per nessuna religione. Il posto del divino è stato preso da. passioni ed interessi totalmente profani, come la classe o la nazione o la razza. Ed infine anche questi centri d'interesse si sono dissolti e ciò che rimane ed occupa il posto del divino è infine solo l'usura, la lussuria ed il potere. Il superamento di tutte le religioni riconduce l'uomo alle forme più primitive e quasi demoniache di idolatria.

Non è possibile osservare questo processo senza porsi la domanda: come questo è potuto succedere? Se il cristianesimo rappresenta il vertice dello sviluppo religioso dell'umanità, come è potuto accadere che l'uomo si sia allontanato da questo vertice?

Due sono le ipotesi che Eliot prende in esame: «È l'umanità che ha abbandonato la Chiesa, o è la Chiesa che ha abbandonato l'umanità?». Chiesa ed umanità sono due termini correlativi. Non si può capire l'intensità di significato affettivo con cui il cattolico pronuncia la parola Chiesa, se non si tiene conto del fatto che la Chiesa non è una semplice comunità incaricata di soddisfare i bisogni religiosi dei suoi membri, con un interesse dunque parziale (tocca solo un a-spetto dell'esistenza) e locale (riguarda solo quel gruppo umano che in essa cerca la soddisfazione del proprio bisogno religioso). Al contrario per i cattolici la Chiesa è il luogo in cui l'universale fraternità umana diventa concreta, inizia a farsi esperienza storica visibile nel mondo, attraverso l'adesione alla presenza di Cristo nella comunità dei suoi amici. La Chiesa non è altro, allora, che quel frammento dell'umanità che ha già acquistato coscienza del destino comune.

Dire che l'umanità ha rifiutato la Chiesa significa dire che gli uomini hanno rifiutato la possibilità loro offerta di realizzare il proprio destino. Dire d'altro canto che la Chiesa ha tradito l'umanità significa dire che coloro cui Dio ha affidato la comunicazione della propria presenza hanno tradito questo compito. Nel suo libro don Giussani inizialmente riprende l'impostazione che Eliot ha dato al problema, ma poi prosegue dalle domande fino ad un tentativo di risposta.

Ambedue le formulazioni hanno un elemento di verità. Per un aspetto è stato l'uomo a tradire la Chiesa.

L'entusiasmo per l'umano, suscitato dal cristianesimo, ha indotto a prendere coscienza come mai prima della dignità dell'uomo e delle possibilità che gli sono aperte. L'uomo ha però ricercato in se stesso le ragioni della propria grandezza. Mentre l'uomo del Medio Evo è attento prima di tutto all'evento che è accaduto nella storia, da cui trae l'energia che lo eleva verso l'assoluto, l'uomo dell'età moderna è attento soprattutto a se stesso ed all'ideale di perfezione che si pone davanti agli occhi e che desidera realizzare. Egli cerca l'energia per questo dentro di sé, e si considera quindi come creatore assoluto del proprio mondo. La rivoluzione scientifica e tecnologica dei secoli XVIII e XIX ha fornito a questo atteggiamento spirituale una grande possibilità d'espressione. È sembrato che l'uomo potesse diventare totalmente padrone del proprio ambiente e del proprio destino.

La parola più adeguata a definire questo nuovo atteggiamento dell'uomo non è la parola ateismo, bensì la parola laicismo. Intendiamo con la parola laicismo non tanto una posizione filosofica quanto l'atteggiamento umano di chi considera secondario ed irrilevante il problema di Dio. Che Dio esista o no - secondo questo atteggiamento - nulla cambia nei problemi fondamentali dell'esistenza e nelle risposte che ad essi è necessario dare. Conseguenza di ciò è una riduzione dei concetti di ragione, libertà, coscienza e cultura. La ragione non sarà più un tentativo di lasciarsi penetrare da una realtà più grande di sé e non sarà quindi più accompagnata dal sentimento di reverenza davanti all'essere e di gratitudine per la sua presenza. La libertà non sarà più pensata come adesione ad una verità incontrata ma come un impadronirsi della realtà. La coscienza misurerà la coerenza e la fedeltà dell'uomo a se stesso piuttosto che la fedeltà alla verità incontrata e la cultura sarà una proiezione sul reale per possederlo piuttosto che una paziente coltivazione dell'umano nell'uomo, cioè un sostegno all'intelligenza della vita ed alla capacità di leggere in ogni avvenimento la traccia dell'Assoluto che in esso è presente.

A questo atteggiamento tiene dietro però l'angoscia dell'uomo di fronte all'enigmaticità del significato della vita, la disperazione etica di chi non trova più un luogo a cui appoggiare il riconoscimento del valore dell'esistenza, una frammentazione di ogni rapporto umano, ed anche della coscienza del singolo, che porta a vedere nello Stato l'unico punto di appoggio e nella legge l'ultimo punto di riferimento in un mondo in disfacimento. Così l'originaria rivendicazione di razionalità e di libertà termina poi nei fatti con la sottomissione cieca ad un'autorità che penetra in tutte le sfere dell'esistenza e con la più completa sfiducia nella capacità della ragione di orientare la vita. E come potrebbe orientarla, del resto, se fin dall'inizio la ragione è stata svuotata della capacità di accogliere l'essere e di riconoscere la verità?

Tuttavia alla radice di questo processo non vi è nessun motivo filosoficamente necessario. La scelta fra il riconoscere l'essere ed i dinamismi in esso immanenti, che portano fino al riconoscimento di Dio, oppure il rifiutarlo, è una scelta che configura una vera e propria opzione. I motivi vengono dopo, a giustificare la scelta che già si è fatta con il proprio cuore. Il problema del mondo moderno, allora, non è tanto filosofico quanto in un certo senso affettivo. Benché l'epoca moderna ci dia testimonianza di un'enorme espansione della capacità umana di conoscere e dominare la natura, tuttavia sembra che alla radice vi sia un indebolimento della capacità di affermare tutto l'essere, in tutte le sue determinazioni. Se alla radice del ripiegamento dell'uomo su se stesso vi fosse non solo o non tanto un orgoglio luciferino quanto una debolezza, una mancanza di energia, come se l'energia soprannaturale che anima il principio dell'era cristiana lo avesse gradualmente abbandonato?

Questa ipotesi ci introduce alla seconda parte del libro di don Giussani. Qui il grande tema non è il tradimento del mondo verso la Chiesa, ma proprio al contrario il tradimento della Chiesa verso il mondo. Se la Chiesa è il canale che Dio ha scelto per la propria autocomunicazione, per comunicare all'uomo l'energia vittoriosa di una vita nuova, allora è evidente che se questa energia s'indebolisce nel mondo vi è qui certo anche una responsabilità della Chiesa. Qui Giussani usa la formula della protestantizzazione del cristianesimo. Tale formula non si rivolge certo in primo luogo contro le Chiese protestanti (la cui profondità religiosa Giussani ben conosce e cui ha dedicato in altri tempi un importante saggio) ma indica piuttosto un fenomeno che in forma diversa ha colpito anche il cattolicesimo.

Si tratta della rinuncia della fede a contestare il mondo, a porre rimedio alla rovina dell'umano e ad essere così una vita per ridursi a pura Parola. La causa del venire meno dell'energia della fede nel . mondo, cioè, non è tanto l'incoerenza etica ma piuttosto uno scandalo davanti a questa incoerenza, che induce a rinunciare a proporre al mondo nella sua integralità il cristianesimo come avvenimento di vita. Conseguenza della riduzione del cristianesimo da avvenimento a Parola sono:

a.il soggettivismo, per cui la Parola è sempre in fondo soggetta all'interprete, che la spiega, e non è più quindi una roccia contro cui la coscienza del singolo è chiamata ad infrangersi per convertirsi.

b.il moralismo, caratterizzato, paradossalmente, dal cedimento al relativismo dominante ma anche da una fondamentale incapacità di misericordia. Infatti la coscienza soggettiva, che interpreta il cristianesimo ridotto a Parola, per un verso non può sottrarsi alle pressioni contingenti dell'ambiente, per un altro afferma delle esigenze morali invece di comunicare l'energia e la vita di una nuova moralità in atto.

c. l'indebolimento dell'unità organica del fatto cristiano. Sottomesso all'interpretazione ed all'influsso della cultura dominante esso si frantuma. Oggetto dell'attacco più duro è il segno visibile ed il punto di consistenza più decisivo dell'unità della Chiesa: il Papato ed il Primato di Pietro.

Se dunque all'origine della crisi del mondo vi è (anche) la crisi della Chiesa, è allora lecito pensare che il mondo, che nel fallimento delle sue ideologie è alla ricerca di un nuovo accesso alla verità, non potrà trovarlo se la Chiesa non rinnoverà se stessa. Occorre rinnovarsi non per adeguarsi al mondo, ma per tornare ad essere quella realtà totalmente altra rispetto al mondo, che gli è al tempo stesso totalmente immanente, e proprio per questo comunicargli il segreto della sua salvezza. Al centro del rinnovamento deve dunque stare non la conversione al mondo, ma la conversione della Chiesa al Signore che è anche il «centro del cosmo e della storia».

Al primo punto Giussani pone il recupero dell'oggettività del fatto cristiano. Non una parola affidata all'interpretazione ma una realtà organica, un popolo in cammino, con il suo spessore di carne, di sangue e di storia. Se questo cammino è oggettivo, allora non si tratta d'immaginarsi, d'interpretare o d'inventare, ma anzitutto di seguire. La creatività dell'uomo, la sua capacità d'incidenza nella storia, coincide con la capacità di mobilitare tutte le proprie energie nella sequela di questo avvenimento oggettivo che ci raggiunge attraverso uomini concreti. Questa è anche la suprema moralità. Non saremo giudicati prima di tutto sul modo in cui saremo riusciti ad osservare tutte le leggi della morale, ma sulla fede la speranza e la carità con cui nonostante le nostre infedeltà e le nostre debolezze avremo continuato a seguire. È in questo processo che la grazia rimodella la persona, non attraverso uno sforzo esasperato ed orgoglioso (stoico) della volontà.

Il cristianesimo così concepito è un fatto totalizzante, nel senso che abbraccia tutta la realtà, non perché voglia violentarne il più piccolo frammento, ma perché solo nella relazione con il significato ultimo tutti i frammenti possono essere vissuti con il massimo della pienezza, diventare nell'Avvenimento della vita, anche essi avvenimenti di vita. La memoria di Cristo è come l'orizzonte, che contiene tutta la vita.

Il cristianesimo così concepito è anche un fatto culturale. Il soggetto è fatto dalla consapevolezza dei valori che costituiscono la sua coscienza, e tali valori fluiscono a lui dalla storia che lo costituisce. Al centro della cultura sta dunque una coscienza il più possibile chiara della storia a cui si appartiene. L'appartenenza originaria dell'uomo è a Dio ed all'essere. Questa appartenenza si declina però in una storia che è come il cammino dell'essere per ciascuno di noi. La Chiesa è questa strada nelle sue diverse articolazioni e modalità di presenza nel mondo. Ecco perché la cultura come educazione dell'umano è sempre esplicitazione della coscienza dell'appartenenza e guida a rispondere con tale coscienza alla provocazione della realtà intorno a noi.

Tutto ciò è legato all'unità dei credenti, alla comunione che è il miracolo più grande attraverso cui Dio rende testimonianza della verità del cristianesimo davanti al mondo. Questa comunione ha però come manifestazione nel tempo anche una liberazione, cioè una umanizzazione dell'ambiente.

Dopo avere sottolineato al principio l'importanza dello sviluppo del carisma del Movimento, che in questo libro in qualche modo è implicato, bisogna, prima di concludere, sottolineare ancora una volta la profonda unità dell'intuizione originaria, che in quest'opera trova un ulteriore livello di maturazione. La novità è infatti il venire a maturazione di qualcosa che era presente fin dal principio. Si può legare questo libro, per esempio, agli ultimi due capitoli di Alla ricerca del volto umano, o anche, per risalire più indietro, a certe pagine del Rischio educativo. Ma è più giusto dire che si tratta della concrezione di un messaggio, che è venuto maturando nel tempo per mezzo di un'esperienza vivente.

L'ultima pagina del libro riporta una poesia di Juan Ramon Jiménez: «Ora è vero / Ma è stato così falso / Che continua ad essere impossibile».

Giussani commenta: «Quando uno intuisce il Fatto cristiano come vero, gli occorre ancora il coraggio di risentirlo possibile, nonostante le immagini negative alimentate dai modi angusti in cui esso è stato tradotto nella vita propria e della società». È un grande merito del libro e dell'autore il non limitarsi a fornire un'analisi penetrante della situazione religiosa dell'uomo contemporaneo, e l'offrire anzi proprio quella energia e fiducia che è necessaria per incominciare o ricominciare a seguire l'Avvenimento, che in quelle pagine viene presentato ed offerto.

   



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