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Santo del Giorno  

   

 

Fonte Il Timone n.108 dicembre 2011

 

Autore Rosanna Brichetti Messori

 

Il cristianesimo ci svela in che cosa consiste l'aldilà. E annuncia un duplice esito della nostra esistenza terrena, legato all'accoglienza o meno dell'amore di Dio: paradiso o inferno.

Con la possibilità "temporanea" del purgatorio...

 


C’è un aspetto della vita degli uomini che mi ha sempre colpito molto ed è la cura per i propri morti che con­tinua anche in questo nostro Occidente in gran par­te scristianizzato.E che, dunque, non sembra trova­re la sua ragione d'essere solo in una dimensione religiosa esplicita. Credo, invece, che sia il segno di un profondo e radicato bisogno degli uomini di ogni tempo e di ogni luogo di credere a una qualche forma di sopravvivenza dopo la morte. Di affermare che quel lega­me di amore e di familiarità che c'era con chi se ne è andato non si è interrotto del tutto e che in una qualche forma continua a soprav­vivere. Tanto che i morti non solo li andiamo a trovare al cimitero per omaggiarli con la nostra visita, cosa abbastanza incomprensibi­le se si trattasse solo di un cadavere in putrefazione. Ma appartie­ne all'esperienza comune sentirli in qualche modo ancora vivi e co­munque in grado di ascoltarci e di accogliere i nostri sfoghi oppu­re le nostre richieste d'aiuto. Chi infatti, non ha mai invocato la pro­tezione, per esempio, dei genitori che non ci sono più ma che pure speriamo possano ancora in qualche modo prendersi cura di noi? Una sorta di istinto, dunque, quello di proiettare la vita oltre la mor­te o forse un'intuizione che gli uomini hanno colto fin dai bagliori dell'umanità come testimoniano ovunque nel mondo le tante sco­perte archeologiche di culto dei morti e degli antenati. E come con­fermano anche le tante filosofie che si sono succedute nel corso dei millenni e che hanno dato praticamente per scontata l'immortalità dell'anima cioè almeno della parte spirituale dell'uomo.

 

Il cristianesimo in questo senso non ha fatto altro che conferma­re quella che era già credenza comune, facendoci conoscere però molte altre cose su quel mondo misterioso che segue alla morte. Anzitutto facendoci capire bene, nella sua Scrittura Sacra e per boc­ca di Gesù stesso, in che cosa consista questo aldilà. Poi, introdu-cendo una novità assoluta e cioè quella risurrezione della carne che, anticipata in Gesù e in Maria, avverrà per tutti alla fine del mondo, accompagnata da quella prospettiva di trasfigurazione totale anche della materia che darà vita a cieli nuovi e nuove terre. Il guaio è che, nonostante tutta questa ricchezza di conoscenze e di stimoli per la riflessione, oggi l'argomento "aldilà" è di fatto spes­so trascurato anche all'interno del cattolicesimo. Se ne parla poco, infatti, persino nella predicazione, sicuramente se ne parla assai meno di quando in tempi non poi così remoti, la morte con quel che segue costituiva nella coscienza comune una parte essenziale della vita con la quale fare i conti senza troppi pudori, fin dall'aldiquà. Penso che ciò sia l'ennesimo frutto dell'influenza divenuta sempre più forte, nel corso degli ultimi decenni, della mentalità prevalente. E cioè di una visione dell'esistenza che, concentrata in modo esaspe­rato, talvolta spasmodico, sulla vita, non vede altro che l'orizzonte terreno e dunque è praticamente costretta ad accantonare il pen­siero della morte. La quale in questo modo è vista, essendo venu­ta meno una corretta visione religiosa, non come un passaggio ver­so la vita vera e cioè quella eterna, ma come la fine di tutto e dun­que da evitare e da temere come il male assoluto. Ponendola quindi drasticamente alla porta, salvo poi farla ri­entrare dalla finestra manipolandola a piaci­mento come una cosa di cui essere padro­ni, cercandola volontariamente in quel sui­cidio assistito che è l'eutanasia, ultima tap­pa sulla via di quella perdita del senso del sacro che caratterizza purtroppo questa no­stra epoca.

 

Cosicché, si ha l'impressione che, nel giu­sto tentativo di contrastare e di combatte­re l'eutanasia, qualche volta anche i cattolici rischino di concentrarsi talmente sulla dife­sa della vita terrena da quasi scordarsi che ne esiste anche un'altra sulla quale alla fine puntare. E che dunque, nella ricerca di di­stinguere bene che cosa sia accanimento terapeutico e che cosa sia invece lo sfor­zo di preservare fino al suo termine naturale la vita umana e la sua dignità, occorra fare molta attenzione per non incorrere, magari in buona fede, in una visione di quest'ultima - cioè della vita stessa - parziale e limitata. Sì, perché non solo non dovremmo, alme­no noi credenti, aver paura di parlare della morte ma, anzi, abituarci a guardarla intra­vedendo tuttavia anche quanto le sta die­tro. E questo perché, come l'esperienza ha sempre confermato, guardare alla morte e all'aldilà non solo non ci rende tristi ma, al contrario, è l'unica cosa che è in grado di dilatare fino ai suoi estremi quella speran­za che nasce dal credere. E questo per­ché essa, seguendo la fede nel suo percor­so che va oltre la fine terrena, giunge fino a quella eternità di vita beata che è l'unica in grado di rispondere davvero ai desideri del nostro cuore.

 

Con una avvertenza però. E cioè che se si assume la prospettiva cristiana in questo campo, occorre abbracciarla totalmente senza operare sconti. Accettarla, cioè, an­che per quegli aspetti che oggi invece mol­ti pongono in discussione. Per quelli belli e desiderabili, dunque, ma anche per quel­li negativi.

 

Intendiamo riferirci in particolare a quell'in­ferno che infastidisce tanti. I quali, anche quando giungono ad ammetterne l'esisten­za, contestano il fatto che esso ospiti dav­vero qualcuno. Ma come, si chiedono co­storo, davvero quel Dio che Gesù ci ha rive­lato Padre buono e che la Chiesa ci presen­ta come somma misericordia potrà condan­nare qualcuno a una pena eterna? E invece è così, come ribadisce spesso anche il ma­gistero della Chiesa, problema è che l'inferno è una necessità che si collega direttamente a come è stata concepita da Dio stesso questa nostra vita umana strutturata nella libertà di sceglierlo oppure di rifiutarlo. Rifiutarlo, però, con pie­na coscienza e deliberato consenso, come si diceva una volta riguardo alle condizioni che ponevano in essere un peccato morta­le, quello cioè che se non confessato e as­solto porta appunto alla dannazione. È spe­rabile, dunque, che non siano poi molti co­loro che si mantengano in una scelta di ri­fiuto che sia davvero pienamente cosciente e libera fino all'ultimo istante della loro vita. Anche perché la fede ci dice che la miseri­cordia divina bussa in mille modi e in conti­nuazione al nostro cuore non abbandonan­do mai nessuno. Poi, però, chi avrà resisti­to nella sua posizione di lucido rifiuto di Dio finirà in quell'inferno che in fondo ha volu­to. Il quale non sarà altro che la continua­zione per l'eternità proprio di questo stesso rifiuto. E purtroppo, dispiace dirlo, spesso i veggenti delle apparizioni mariane hanno vi­sto questo inferno pieno di anime e a suor Faustina Kowalska Gesù ha chiarito bene che occorre attingere alla sua misericordia in vita perché dalla morte in poi sarà la giu­stizia ad avere la meglio. E poi, come sappiamo, ci sono il purgatorio e il paradiso. Anche il purgatorio è una ne­cessità che discende dal fatto che per par­tecipare con pienezza alla vita divina occor­re avere operato quella purificazione che ce ne rende capaci, avere cioè compiuto l'inte­ro itinerario previsto dalla redenzione opera­ta da Gesù. In purgatorio, lo sappiamo, si è già in vista di Dio e questo è moltissimo, ma sarà necessario completare quel cammino verso di lui, quella comprensione e parteci­pazione profonda del Mistero che in vita non si è attuato.

 

Quella del purgatorio è una intuizione che anche altri itinerari spirituali hanno avuto, a dimostrazione della sua necessità logica una volta entrati nell'ottica della possibilità di una crescita spirituale progressiva da par­te dell'uomo. La reincarnazione, in fondo, ri­sponde proprio a questo bisogno: occorre un itinerario di purificazione attraverso varie vite per giungere alla illuminazione. Per que­sto i santi accettavano ogni croce, perché sapevano che il cammino compiuto su que­sta terra li avrebbe portati da subito, dopo la morte, più vicini a Dio e dunque a quella beatitudine che chiamiamo paradiso. Sì, quel paradiso che è il culmine della no­stra speranza e, in essa, anche della nostra gioia. Non è facile immaginarlo proprio perché noi qui su questa terra non riuscia­mo a fare un'esperienza in cui sullo sfondo non stiano il senso del limite, della fine, del­la sofferenza. Forse, a tratti, possiamo intu­irlo in alcuni momenti particolarmente felici, in quegli istanti di pura contemplazione che qualche volta Dio ci regala. Ma poi, si torna inevitabilmente alla nostra realtà umana, in­trisa di bene e di male. E invece il paradiso sarà questa partecipa­zione piena, questa comprensione totale tra tutti noi e con Dio. Sarà la fine dei conflit­ti, delle contraddizioni e delle incomprensio­ni, l'amore vissuto in pienezza senza osta­coli e senza limiti. Non è immaginabile nul­la di più bello, nulla di più desiderabile. La nostra esperienza attuale è così lontana da esso che ci vuole un po' di coraggio per cre­derci davvero. Ci vuole un po' di applicazio­ne per entravi dentro con il pensiero e per abbandonarvisi. Ma conviene farlo, perché se ne ritorna caricati e rigenerati non solo nello spirito.

 

Ma non è ancora tutto perché c'è un altro aspetto della fede cristiana davvero sor­prendente. Se infatti, quell'aldilà che abbia­no tentato di abbozzare con qualche limita­ta espressione è il regime che vige fino alla fine del tempo poi, a questo, qualche altra cosa si aggiungerà. Sarà la risurrezione dei corpi, sarà la trasfigurazione del mondo in­tero, sarà una sorta di purificazione globa­le che riguarderà l'intera creazione. Ci è dif­ficile andare oltre nel dire. Mancano le pa­role per definire tutto ciò che pure con cer­tezza appartiene alla fede. Possiamo intuire qualcosa guardando a Gesù risorto. A quel­le sue possibilità di dominare la materia, en­trando e uscendo dal suo corpo ma anche dai muri del cenacolo. Una identità precisa, ma non sempre sulle prime immediatamen­te riconoscibile. Oppure guardando a Maria, che nella sue apparizioni assume fisiono­mie diverse, segno anch'esse di una liber­tà di tipo nuovo di fronte alla materia rispet­to a quella che sperimentiamo in questo no­stro mondo.

 

Ma si tratta solo di qualche frammento di luce, solo di qualche flash anticipatore. Suf­ficiente tuttavia per farci capire che qual­cosa di misterioso avverrà affinché questa creazione - gesto di profondo amore del Pa­dre unito al Figlio e allo Spirito, motivo del­la incarnazione e della redenzione - parteci­pi tutta, uomo compreso, alla grande festa dell'eterna e beata vita divina.

   

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