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Santo del Giorno  

   

Fonte maurizioblondet.it 12/01/2018

Autore Maurizio Blondet

“Cosa trattiene il mistero dell’iniquità?”.  Se lo chiede “fra Cristoforo”, uno stimabile sacerdote-blogger.  E’,ancora una volta, una meditazione sul katechon, il misterioso “qualcosa” o ”qualcuno che trattiene” la venuta dell’Anticristo,  di cui san Paolo parla (o meglio allude) nella seconda lettera ai fedeli  di Tessalonica.  Per Fra Cristoforo, quel che “trattiene” è  il Cristo Eucaristico che la neo-chiesa di Bergoglio, lui teme e prevede, sarà presto “tolto di mezzo”. Scrive:

“Cos’ha infatti in programma la neochiesa? Ciò che da tempo avevamo preannunciato e che in molte località già avviene: la messa ecumenica. Cambiare le parole della Consacrazione per rendere invalida la Messa. E quindi eliminare l”Eucaristia”. Tutto ciò, come sapete è in atto. Eliminando la Presenza Reale e Sostanziale non avranno più senso i Tabernacoli, perché non ci sarà più “Presenza”. Ecco chi è Colui che ancora trattiene: Gesù Eucaristia. E quando verrà abolita la Consacrazione, il “mistero dell’iniquità” avrà campo libero, perché si siederà al posto di Dio. Sarà l’apice della apostasia”.

Infinite sono le meditazioni che si sono fatte sul “katechon”,   vera   impressionante profezia apocalittica. Per san Tommaso d’Aquino, la forza  “che trattiene” la manifestazione finale dell’Anticristo  è il Romanum Imperium, divenuto da temporale a   spirituale nella Chiesa di Roma. Da Dostojevski a Massimo Cacciari fino a Carl Schmitt e il rabbino derisore Jacob Taubes, non c’è stato nessun grande spirito che non abbia tentato di capire: che cos’è il katechon?

Ricordiamo: San  Paolo  esorta i  fedeli di Tessalonica a non credere che sia imminente la seconda venuta di Cristo in gloria, ossia la fine del mondo e il Giudizio. “Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio.

Subito dopo aggiunge:

Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, venivo dicendo queste cose? E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell’iniquità è gia in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene. Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di satana.

Nel testo greco, Paolo usa la parola “katechon” prima nel genere neutro (qualcosa) e poco dopo, nel genere maschile (“uno” che trattiene, e sarà tolto di mezzo). Inoltre, parla per allusioni. Per prudenza, non vuole mettere per iscritto le circostanze che aveva spiegato a voce.

San Paolo era molto ben introdotto negli ambienti di Corte.

E’ la prudenza che in quei tempi si doveva usare quando si trattava degli “arcana imperii”.  Siamo nel 51 o 52  dopo Cristo: ultimi anni del  bonario imperatore Claudio.  Ancor due anni, e sarebbe asceso al potere Nerone; che allora era un giovinetto tenuto sotto controllo da un tutore d’eccezione:  Lucio Anneo Seneca, il filosofo stoico.   In quell’altissima società romana   c’erano già  dei cristiani, e San Paolo li aveva convertiti: infatti nella lettera ai Romani manda saluti a “quelli della casa di Narcisso”, il principale liberto di Claudio,  potentissimo e ricco, praticamente un ministro  in carica.

Ci sono anche solidi indizi che Paolo coltivasse buone relazioni con Seneca – perché  era fratello di Seneca quel Gallione governatore di Corinto, che (come si racconta negli Atti degli Apostoli)  salva Paolo dal linciaggio degli ebrei spedendolo a Roma, sicuramente con una lettera di raccomandazione al fratello. Ora, anche Seneca  era un importante esponente della corte, anzi  di fatto  sarà ministro nei primi cinque anni del regno di Nerone (54-59),  chiamati “il quinquennio felice” perché il giovine, agendo sotto tutela del maestro stoico, governa saggiamente.

Bisogna anche sapere questo: che la  condizione dei cristiani, anche di quelli appartenenti a quell’alta società, era pericolosa  e delicata. Vigeva infatti un  decreto senatoriale che sanciva: “Non licet esse christianos”.  Come mai? Tiberio imperatore, che regnò durante la vita di Cristo (morì nell’anno 37), era stato ben informato degli eventi  di Gerusalemme –   nel 36, quindi subito dopo l’esecuzione di Gesù,  vi aveva inviato un suo plenipotenziario (special envoy, direbbero oggi gli americani)   di nome L. Vitellio: costui, sappiamo,  congedò bruscamente Pilato e depose il gran sacerdote Caifa – e  sui cristiani sapeva quello che interessava: ossia che gli ebrei si stavano tumultuosamente convertendo  in  massa  a una nuova religione, che li rendeva   meno sediziosi e rivoltosi, ed era nell’interesse dello Stato favorirla.

Non licet esse christianos

Per questo motivo, Tiberio propose al Senato di dichiarare la nuova fede religione riconosciuta (religio licita).  Sbagliò, perché il riconoscimento delle religioni straniere spettava al Senato; sentendosi scavalcati, i senatori (che detestavano Tiberio e ne erano ricambiati di cuore)   per ripicca   silurarono la proposta imperiale, anzi emisero un senatoconsulto: “Non licet esse christianos”, è vietato essere cristiani. Un  divieto che aveva forza di legge  e ordinava la repressione e persecuzione di chi praticasse quel culto straniero.

Tiberio non poté far altro che porre il veto  (presidenziale, direbbero oggi in Usa), ma il veto imperiale durava fino  a che durava l’imperatore. Tiberio era morto da tempo;  il successore Claudio non lo applicò, e forse reiterò il suo veto (su consiglio di Narcisso?). Ma i grandi personaggi di corte che Paolo conosceva, e molti dei quali già cristiani o almeno simpatizzanti, sapevano di doversi muovere con estrema discrezione, sotto quella spada di Damocle.  Nerone avrebbe potuto “applicare”  quel senatoconsulto. Anche perché la sua giovane moglie, la bella Poppea, era circondata da ebrei  (c’era la lobby a Palazzo) e ”giudaizzava”, per cui  era ostilissima  ai cristiani.

Infatti Nerone scatenò quella prima, enorme persecuzione  dentro la quale sparirono migliaia  di cristiani,  fra cui Pietro, Paolo, Luca, e gli alti personaggi convertiti o simpatizzanti,  si ritrassero (e forse molti apostatarono).  Sembrò annullato il seme cristiano stesso e la missione di Paolo presso i gentili.

Quindi ora possiamo meglio capire che Paolo, quando dice “katechon”, intende qualcosa di concreto:   il veto imperiale  è “ciò  che impedisce la manifestazione”  dell’uomo di iniquità,  e “chi” finora lo trattiene, “fino a che sarà tolto dimezzo”, è l’imperatore. Infatti il povero Claudio fu tolto di mezzo per veleno,  nel 54, quasi certamente per volontà di Agrippina madre di Nerone.

Tiberio

Immagino  che non abbiate mai  saputo di questa versione dei fatti.  Da chi e come Blondet sa del  senatoconsulto fatale e del veto posto da Tiberio contro di esso? Ma  da Tertulliano. Questo apologista cristiano, vissuto fra il 155 e il 230,  nel 197 scrive una difesa del diritto dei cristiani di professare la fede, e –  rivolto alle autorità pagane – racconta letteralmente: “Al tempo in cui il cristianesimo entrò nel mondo, Tiberio sottopose al Senato i fatti annunziatigli dalla Palestina, dove si rivelò  la divinità stessa, e votò per primo a favore.  Il Senato votò contro, perché quei fatti non aveva esso stesso approvati. Consultate le vostre memorie”, conclude: ossia i vostri archivi, e vedrete che è andata così.

La storiografia mainstream non ha dato il giusto peso a questa testimonianza di Tertulliano, e perché? Per il pregiudizio anticristiano, che rende gli storiografi assolutamente diffidenti, iper-critici, solo quando si tratta del tema cristiano.  Tertulliano è “la sola fonte” che racconta questo  fatto, ed era pure un cristiano, quindi si sarà inventato la storia di Tiberio filo-cristiano …. Ciò è semplicemente assurdo.  Anzitutto, perché Tertulliano era un grande avvocato  di successo; nella sua difesa dei cristiani, si rivolgeva a giuristi  pagani competenti come lui,  che non gli avrebbero lasciato passar una menzogna di quella fatta. Per di più, se non  ci fosse stato quel senatoconsulto, Tertulliano avrebbe impostato la difesa dei cristiani  sull’argomento che  non esisteva la base giuridica per condannarli.  Invece l’avvocato riconosce che la base giuridica c’è.  Ma li sfida a “consultare  le vostre memorie”, così capirete che fu una ripicca impulsiva dei senatori.

Acta diurna – il giornale ufficiale era esposto al pubblico.

Ecco un’altra cosa che  lascia increduli  il  mainstream: poteva  un  avvocato dell’anno 197  aver consultato i documenti di uno scontro al Senato avvenuto nel 37, ossia un secolo e mezzo prima,  fra Tiberio e la Casta? Ebbene sì.  Dovevano essere conservati “atti parlamentari” assai dettagliati;  specie per i   decreti senatori, che   erano piuttosto rari (forse meno di uno all’anno)  e la cui forza di legge era perpetua, fino a che non fossero  abrogati  nella forma dovuta dal Senato stesso. E’ chiaro che questi atti erano accessibili sia agli storici (se no come avrebbero fatto Livio o Tacito a rievocare eventi molto antichi?) sia soprattutto  ai giuristi e agli avvocati, che avevano esigenza di conoscere la formulazione termino logicamente esatta delle leggi  – le quali erano atti pubblici, non esistevano leggi segrete – e come erano  state formate.

Insomma abbiamo qui la conferma che Roma era un governo serio, moderno, che  si fondava fortemente sul diritto formale,  dove l’esecutivo (imperiale)  agiva in  una tesa e contenziosa diarchia con il legislativo oligarchico (Senato), e manteneva apparati  amministrativi di alto livello, ovviamente aperti al giudiziario (giudici e avvocati) e quindi anche ai cittadini quando dovevano adire  ai tribunali.  E’ dunque evidente che Tertulliano, per preparare la propria “apologia”, “cerca l’origine delle leggi anti-cristiane”  negli archivi   antichi di un secolo e mezzo.

Non c’è nulla di strano in ciò. Anche gli avvocati e giudici inglesi cercano, di fronte a una causa,  “i precedenti”, ossia le decisioni di giudici antichi,  spesso risalenti a secoli addietro. Lo strano è che questa ricostruzione  storica non sia ancora diventata mainstream , né nella storiografia né nella Chiesa. Io la devo agli studi   geniali della grande romanista Marta Sordi e del suo gruppo di studio; che essendo italiano e cattolico, è caduto sotto il noto pregiudizio.  Se fosse stata  una storica di Cambrige o della Texas  University, Alberto Angela avrebbe dedicato una trasmissione alla “eccezionale scoperta”.

(Marta Sordi, I cristiani  e l’Impero Romano,  Jaca Book 1984).

Tutto ciò che abbiamo qui ricordato  non  vuole affatto smentire  le interpretazioni spirituali ed attualizzanti del “katechon”,   la misteriosa forza che trattiene.    Anche per Paolo, il ”katechon” è  insieme Tiberio, Claudio, ma anche una realtà pre-apocalittica e meta-storica, perché ogni tempo “è l’ultima ora. Come avete udito che deve venire l’anticristo, di fatto ora molti anticristi sono apparsi”, come attesta Giovanni (2a lettera, 18).  E moltissimi anticristi sono all’opera soprattutto oggi,   sia nel “totalitarismo della dissoluzione”  diventato governo, sia nella neo-chiesa ideologicamente “più buona di Gesù”, nomade, senza storia né cultura, senza comandamenti, senza Vangelo perché allora non c’erano registratori….

“Colossus Neronis”, la colossale stuata dorata con cui Nerone si fece ritrarrecome dio solare.

Quel che mi premeva correggere è l’idea che l’Eucarestia sia, in sé, il katechon.  Ossia che sia la Presenza spirituale.   Tommaso d’Aquino coglie più nel segno, dicendo che è il potere civile giusto, laico, lo Stato obbediente  al diritto naturale,   ad essere “la  forza che  trattiene”. Su questa linea è anche  Carl Schmitt: per cui la  legittimazione finale di uno Stato è di fare da “katechon”, frenare  che il caos morale e l’ingiustizia prendano il potere assoluto e totale   – ed oggi ben vediamo come esso sia ampiamente “tolto di mezzo” in Italia ed Europa. Anche Jacob Taubes  concorda: deride infatti la Chiesa cattolica perché “prega per la salvaguardia dello Stato perché – Dio ne scampi – se esso non tiene si devono fare i conti col caos, o peggio, ancora, con il Regno di Dio”. Ovviamente  Taubes  intende per “Regno di Dio”, ebraicamente, la “libertà assoluta  dalla Legge”  da ogni legge, , quella liberazione  per cui (disse un certo tentatore nell’Eden) “voi sarete come dèi” –   e coincide col caos, la dissoluzione di ogni ordine, il regno dell’Anomos, il Senza-Legge. Chiunque può constatare chi sta accelerando l’avvento di un tale Regno. Gli anticristi sono molti e scatenati.

 

Post Scriptum

Della missione di L. Vitellio in Medio Oriente come Special Envoy di Tiberio parla anche Giuseppe  Flavio  (Antichità Giudaiche, XVIII, 82 ; essendo un ebreo, gli storiografi gli credono). Vitellio scrisse anche dei Commentari, un rapporto sulla sua operazione, che Tertulliano conosceva ma non ci sono pervenuti.   La sua deposizione di Caifa (il sacerdote che  processò Cristo) configura “una protezione, sebbene indiretta, dei cristiani” (Marta Sordi). In base  a quale accusa si poté mandar via il gran sacerdote,  notevole ingerenza  degli affari religiosi interni, senza suscitare la ribellione dei sediziosi ebrei?  Si deve sapere che i Romani avocavano a sé le pene capitali nei paesi che occupavano. Sulla crocifissione di Cristo Vitellio non poté recriminare, perché era “legale” dato che era stata comminata da Pilato, il governatore. Ma c’era stata un’altra condanna a  morte, questa arbitrariamente comminata secondo il metodo giudaico: la lapidazione di Stefano, il protomartire, nel 36, alla  quale partecipò lo studente rabbinico Saulo di Tarso. Essa era “illegale” e violava il diritto romano. Che era una cosa seria.

   



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