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Santo del Giorno  

   

 

Fonte Osservatore Romano 21/04/2012

 

Autore Tat'jana Kasatkina

 

Pensiamo alla celebre citazione tratta dal romanzo L'idiota, che normalmente noi ricordiamo in modo un po' diverso dal testo originale, nella forma che le diede Vladimir Solov'èv: «La bellezza salverà il mondo».

È una trasformazione simile a quella che i filosofi a cavallo tra i due secoli imposero alla frase «qui il diavolo lotta con Dio» che, come tutti ricordiamo, diventò: «qui il diavolo e Dio lottano», e addirittura «qui Dio lotta col diavolo». Dostoevskij dice: «II mondo lo salverà la bellezza».

 


Forse, la strada più semplice per capire quello che voleva dire è confrontare le due frasi per prendere coscienza della loro diversità. Che cosa comporta, a livello di senso, l'inversione di tema e rema? Nella frase di Solov'èv la salvezza del mondo è una proprietà della bellezza. La frase ci dice che la bellezza è salvifica. Nella frase di Dostoevskij non è detto niente del genere. Qui, piuttosto, si dice che il mondo sarà salvato dalla bellezza, cioè da una delle sue proprietà immanenti. Prerogativa della bellezza non è salvare il mondo, ma permanere in esso inesorabilmente; e in questa immanenza inesorabile della bellezza è riposta la sola speranza del mondo.


La bellezza, quindi, non è una forza trionfante che incombe sul mondo con funzione   salvifica.   No, la bellezza è qualcosa che è già presente nel mondo ed è poi proprio in virtù di questa sua presenza che il mondo sarà salvato. La bellezza, come Dio, non lotta, ma permane, e la salvezza giungerà al mondo attraverso lo sguardo dell'uomo che saprà scorgerla in tutte le cose. Che smetterà di rinchiuderla, di imprigionarla.
Nei taccuini del romanzo lo starec Zosima parla di questa permanenza della bellezza nel mondo affermando che «il mondo è un paradiso [e che] le chiavi le abbiamo noi» (15, 245) , e ancora che «l'uomo è circondato dal mistero di Dio, dal grande mistero dell'ordine e dell'armonia» (15, 246).


Possiamo descrivere l'azione trasfigurante della bellezza in questo modo: la bellezza realizzata in una persona da come un impulso a che le persone che ha intorno si manifestino nella propria bellezza (è quello che significano le parole di Adelaida sulla bellezza di Nastas'ja Filippovna: «Con tale bellezza si può capovolgere il mondo»). L'armonia (l'armonia è il paradiso — il mondo nella sua condizione perfetta — la bellezza del tutto) è contemporaneamente il risultato e il punto di partenza di questa trasfigurazione reciproca.


Se in una persona la bellezza si realizza — conformemente al significato di bellezza come utilità — significa che quella persona ha trovato il suo posto. Ma quando anche solo uno trova il suo posto, si innesca una reazione a catena per cui anche gli altri vengono rimessi nel loro (perché quello che ha trovato il suo posto offre agli altri un'indicazione ulteriore per riconoscere il proprio, come in un puzzle, quando si fissa il posto di un pezzettino diventa molto più semplice procedere per trovare il posto degli altri) e inizia realmente — non simbolicamente — a vedersi l'impetuoso movimento di costruzione del tempio del mondo trasfigurato. È esattamente quello che affermava Serafino di Sarov; «Salva te stesso e intorno a te si salveranno a migliaia».


In sostanza, il meccanismo della salvezza del mondo attraverso la bellezza è questo. Perché — ripetiamolo — ognuno è bello quando è al suo posto. Quando si incontrano persone così, si desidera stare con loro e si desidera seguirle e qui si può fare l'errore di cercare di mettersi sulla loro carreggiata, mentre l'unica vera possibilità di seguirli è quella di scoprire quale sia la propria.


Ma si può sbagliare in modo ancor più radicale. L'impulso dato dalla bellezza di qualcuno che ci circonda, di una persona che suscita in noi il desiderio della bellezza e la tensione a raggiungerla, può portare non alla scoperta e della bellezza in se stessi — alla generazione della bellezza dal di dentro di sé, e cioè alla propria trasfigurazione — ma al tentativo di appropriarsi dell'immagine esteriore di quella bellezza che si è già rivelata in un altro. In questo caso, quella tensione a donare la propria bellezza al mondo — tensione capace di creare armonia nel mondo e nell'uomo — si trasforma in un tentativo egoistico di impossessarsi della bellezza del mondo. Questo porta alla distruzione dell'armonia, all'opposizione e alla lotta. Ed è così che si conclude L'idiota.


Vorrei sottolineare ancora una volta che le — cosiddette — eroine «infernali» dei romanzi di Dostoevskij non sono strumenti dell'inferno bensì sue prigioniere. E l'inferno cattura proprio coloro che, al posto di dare se stessi in risposta all'inevitabile e ineluttabile bellezza che è data a loro (perché per Dostoevskij la modalità di esistenza della bellezza nel mondo è il dono di sé) cercano di appropriarsene e su questa strada entrano immancabilmente in conflitto con tutti quelli che cercano di fare lo stesso. La scoperta della propria bellezza come risposta a una bellezza che si rivela è un cammino di sovrabbondanza, un cammino sul quale l'uomo diventa una sorgente di grazia per il mondo.

   



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